La danza degli archetipi

“Biancaneve e i sessantadue arcani” è questo il titolo di una mostra originale e molto interessante presentata dalla Libreria Waelti di Lugano. Protagonista sono l’artista Federica Ricotti e le sue sculture in cellulosa, riunite in una istallazione. Non si tratta solo di ammirare un bel lavoro artistico, ma anche di scoprire sé stessi attraverso sessantadue archetipi che rappresentano le varie situazioni della vita, o le varie qualità – atteggiamenti, o modi di affrontare la vita stessa.

L’arte di Federica Ricotti unisce la scultura con materiali poveri, come la cellulosa temprata, alla luce e a una sorta di ritualità evocativa che invita il visitatore a compiere un’esperienza spirituale e di autoconoscenza.

L’artista presenta spesso le sue creazioni in contesti carichi di significato, come chiese, castelli e spazi di archeologia industriale, accompagnandole con performance che amplificano la dimensione magica del suo lavoro. In queste occasioni, l’opera d’arte diventa un medium attraverso il quale si attiva una connessione tra il visibile e l’invisibile, tra l’umano e il trascendente. 

Le sue opere sono caratterizzate da forme essenziali che ne sottolineano la profondità simbolica.

Le sue sculture evocano archetipi universali e intendono stimolare una riflessione interiore. L’osservatore è invitato a compiere un viaggio all’interno di sé, dal quale dovrebbe uscire trasformato, o comunque più conscio delle forze che muovono la sua vita.

A COLLOQUIO CON L’ARTISTA

Il titolo della mostra induce a pensare ai tarocchi. I sessantadue arcani sono forse qualcosa di affine, una elaborazione dei simboli dei tarocchi?

“Lo sono in quanto, i tarocchi sono archetipi” risponde Federica Ricotti. “Per cui io, per arrivare a realizzare queste immagini e a capire quale forma dare a ciascuna di loro, ho considerato certamente i tarocchi. Ma non mi sono limitata solo a questi ultimi; ho attinto anche dalla numerologia, dalla kabbalah, dalle lettere dell’alfabeto ebraico e dalla mistica sufi. Quindi ho tenuto conto di tutta una ricchezza di significati. È stato un lavoro impegnativo che mi ha richiesto due anni”.

Come è nata l’idea iniziale?

Diciamo che è un lavoro che è partito soprattutto per me, da una mia ricerca personale. In fondo tutti i lavori creativi che facciamo, li facciamo inizialmente per noi e solo in seguito li condividiamo. È stata un’esperienza bellissima. È successo che, mentre creavo ciascuna scultura e studiavo tutti gli elementi legati a quell’archetipo, magicamente mi succedevano fatti connessi proprio a quell’esperienza. Questo secondo me è avvenuto perché, quando andiamo a toccare una verità, apriamo in un certo senso la porta alla magia. Per tornare alla mostra, questa istallazione  è il risultato di una grande ricerca. Nel catalogo ho dato al lettore quattro modi diversi di interpretare ciascun archetipo, usando frasi ispirative. 

Quindi il catalogo non contiene un saggio critico?

No, non ci sono tante parole, ma ci sono le parole essenziali per prendere consapevolezza di ciascun archetipo. Ho scelto io stessa le parole che rendono il significato dell’archetipo, dal più immediato al più elaborato. 

Come si articola la mostra?

La mostra si articola in questa maniera: le persone assistono alla presentazione dell’opera che consiste nell’animare le immagini con musica e luci che illuminano anche dall’interno le sculture. Inoltre suggerisco a chi vuole fare un’esperienza personale di scegliere tra gli archetipi quello che in quel momento lo attira di più. Un’operazione da non fare con la testa, ma in modo del tutto spontaneo. Poi si va a vedere sul catalogo il significato di quell’archetipo. 

Una specie di consultazione oracolare?

No, non lo è. Direi che l’archetipo scelto è essenzialmente legato al passato della persona. Nel corso di questo lavoro ho capito che ciascuno di noi è un po’ come un sole con i propri pianeti che gli ruotano intorno. Ogni destino è differente. È come se ciascuno di noi avesse il proprio DNA spirituale, per cui ci sono degli archetipi ricorrenti nella vita di ciascuno, così come nella vita di ciascuno ci sono delle situazioni che si ripetono.

Vedere questa mostra non è solo un’esperienza estetica, emotiva o intellettuale, è anche una lezione di vita? 

Quello che si vede in questa mostra non è un idea, non è un concetto, è qualcosa di autentico, di vero. Chi entra in questo percorso in realtà entra dentro sé stesso, perché gli archetipi sono qualcosa che appartiene a tutti.

Torniamo al catalogo. Lei parlava di diverse letture…

C’è una prima lettura semplice per capire di che cosa si tratta. Poi ci sono delle tabelle che attribuiscono ciascun archetipo a una famiglia in base alle conoscenze cui ho attinto per arrivare a realizzare questa forma: la kaballah, le lettere dell’alfabeto ebraico,  la numerologia, i tarocchi. Un’altra lettura è la citazione delle fonti, dei testi che ho studiato per attribuire a ciascuna immagine quel preciso significato. Infine c’è un altro tomo del catalogo in cui ho riassunto l’interpretazione di ogni singola immagine, trasformando ciascuna in una carta che può essere ritagliata e letta. Qui direi che c’è la sintesi essenziale.

Quindi non si può parlare di un catalogo convenzionale.

No. Si tratta di conoscenza, sono due libri di conoscenza di sé.

Quando qualcuno sceglie un archetipo, ha a disposizione diverse interpretazioni?

Certo e una di queste interpretazioni corrisponderà a qualcosa che la persona potrà riconoscere come suo, o come qualcosa di cui ha bisogno in quel momento. 

Ha realizzato altre opere simili in passato?

Diciamo che questo è un argomento che mi interessa da tempo. Ho creato altre serie di archetipi in passato. Ma questo era il tema del destino che volevo realizzare in modo completo e ora l’ho realizzato con queste sessantadue sculture integrate dal catalogo in due volumi. 

Il titolo della mostra è Biancaneve e i sessantadue Arcani. Ma chi è Biancaneve? L’artista? Il visitatore?

No, non ho pensato a nessuno in particolare. Mi piaceva l’assonanza di nani con arcani. Ma, pensandoci bene, c’è questo fondo di innocenza con cui ci si deve avvicinare agli archetipi per comprenderli e lasciarli agire in noi.

Tra le varie interpretazioni dei singoli arcani ci sono anche le attribuzioni a vari mondi, contraddistinti nel catalogo da quadrati di colore diverso. Che significato hanno queste attribuzioni?

C’è il mondo umano, il mondo umano evoluto e poi ci sono gli altri mondi, ossia il materiale, il vegetale e l’animale. Queste attribuzioni vengono dalla mistica sufi che mi ha permesso di fare scoperte molto interessanti.

Come ha scoperto la mistica sufi?

Seguo da molti anni un maestro indonesiano che si ispira anche alla mistica sufi. Questo maestro parla di diversi mondi: materiale, vegetale, animale e umano, elencando le caratteristiche di ognuno.  Io a mia volta parlo di questo tema, filtrandolo attraverso ciò che ho sentito. Non sono un’esperta di mistica sufi. Comunque, studiando questo tema, ho fatto delle scoperte affascinanti: ad esempio per quale motivo abbiamo l’egoismo e altre cose ancora. Del resto i semi dei tarocchi, le Coppe, i Denari, le Spade, i Bastoni, corrispondono ai vari mondi. Ogni simbolo è in realtà una porta che fa entrare in un mondo. Naturalmente bisogna saper entrare in questi mondi e io ho cercato di entrarvi sull’onda di un effetto benefico.

Lei presenta queste sculture con musica e luci. Queste presentazioni hano un significato preciso?

Moltro preciso. Le statue si illuminano seguendo un piano ben determinato che è un vero e proprio racconto. In quanto alle musiche che accompagnano la presentazione sono di vario genere, dalla musica etnica a Sting, per intenderci. In genere gli archetipi si illuminano dall’interno per gruppi di tre e mi piace sottolineare che in quel momento vediamo delle fasi della nostra vita, quando ci sono dei particolari princÌpi che si stanno attivando.

I BASSORILIEVI COME SISTEMI VITALI

Oltre all’istallazione che comprende le sessantadue sculture in cellulosa temprata raffiguranti gli archetipi, della mostra di Federica Ricotti fanno parte anche una serie di bassorilievi realizzati nello stesso materiale e anche questi muniti di un sistema di illuminazione interna. Ciascun bassorilievo riproduce un arcano ed è, dice l’artista, un piccolo sistema vitale che si illumina dall’interno, così come anche noi dobbiamo accendere la nostra luce per vivere pienamente.

Ogni bassorilievo è collegato al suolo con un filo, che rappresenta il nostro legame con la fonte, la sorgente di luce. 

Il filo indica una tensione verso l’alto e i visitatori sono invitati a premere personalmente il pulsante che illumina il bassorilievo che più li attira. 

Uno degli aspetti peculiari di questa serie di bassorilievi è la loro capacità di trasformarsi al variare della luce, permettendo una molteplicità di visioni.

I bassorilievi, come le sculture dell’istallazione, sono bianchi, ma decorati come queste con delicate trame e trafori che vengono messi in valore o celati dall’illuminazione interna o esterna, diffusa o intensa. Sculture e bassorilievi prendono vita, in una danza sempre nuova. La luce non illumina soltanto: rivela mondi interiori.

La retroilluminazione interna mette in risalto i trafori, trasformando le immagini e facendole vivere di vita sempre nuova che ne sottolinea l’interpretazione simbolica. La luce esterna rivela i rilievi, rendendo le opere più materiche e dando loro una presenza diversa. La combinazione tra le due illuminazioni genera ancora nuove visioni.

Il succedersi delle illuminazioni, accompagnato dalla musica  crea un contrasto tra ciò che è inciso e ciò che la luce fa risaltare, tra superficie e profondità, tra visibile e invisibile. L’opera diventa così dinamica e dialoga con lo spettatore, mostrandosi o nascondendosi, evocando stati diversi — e persino opposti — a seconda del momento, dello sguardo, dello stato d’animo e dell’attenzione.

Questa mutevolezza è una scelta precisa dell’artista che  vuole stabilire una relazione viva e fluida con chi osserva le sue opere, facendo sua la visione secondo cui nulla è sicuro eccetto il mutamento. Nello stesso tempo invita il visitatore a partecipare attivamente alla mostra, a soffermarsi, facendo sì che ogni incontro con l’opera sia nuovo.

Un riferimento alla nostra natura di esseri umani, che siamo visti in modo unico soggettivo da ogni persona, da ogni occhio differente.

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