La vicenda dei Cavalieri del Tempio continua ad affascinare un pubblico numeroso. Tra le tante ipotesi formulate in merito ai Templari vi è anche quella che Dante Alighieri fosse in qualche modo legato all’Ordine. Che credito si può dare a tale teoria? Risponde Indro d’Orlando, docente, scrittore e studioso della Divina Commedia.

Che cosa fa pensare che Dante fosse un Templare?

Non possiamo affermare, sul piano strettamente storico, che Dante Alighieri appartenesse all'Ordine dei Cavalieri del Tempio. Non possediamo infatti documenti che attestino una sua iniziazione o una sua appartenenza formale all'Ordine. Esistono tuttavia alcune tracce che, a mio giudizio, meritano di essere considerate attentamente. Alcune sono di natura storica, altre letteraria, altre ancora simbolica e dottrinale.

Questi elementi ci permettono di avanzare un'ipotesi: che Dante fosse vicino, almeno sul piano spirituale e intellettuale, a determinati ambienti e ideali riconducibili al Templarismo.

Quando parlo di Templarismo, non mi riferisco esclusivamente all'Ordine religioso e militare fondato nel XII secolo, ma soprattutto alla possibilità che, intorno a quell'esperienza storica, si siano sviluppate forme di spiritualità e concezioni dottrinali più profonde, suscettibili di una lettura esoterica.

Naturalmente, l'esistenza di una dottrina esoterica templare organica e segreta non è storicamente dimostrata. Il mio interesse riguarda piuttosto le corrispondenze che possiamo individuare tra alcuni aspetti della tradizione templare e il pensiero di Dante.

Da quali elementi possiamo cominciare?

Vorrei partire da un particolare che potrebbe sembrare secondario, ma che ritengo degno di attenzione: il ritratto fisico di Dante lasciatoci da Giovanni Boccaccio nel suo Trattatello in laude di Dante Boccaccio descrive il poeta come un uomo di statura media, dall'aspetto grave e pensoso, con capelli e barba folti, neri e crespi. È una testimonianza interessante, perché l'iconografia tradizionale ci ha consegnato prevalentemente l'immagine di un Dante sbarbato, mentre il ritratto boccacciano suggerisce una fisionomia diversa. Sappiamo che Boccaccio non conobbe personalmente Dante: nacque nel 1313, mentre il poeta morì nel 1321. Tuttavia ebbe modo di entrare in contatto con persone e ambienti che ne conservavano ancora la memoria.

Un altro elemento interessante è che Boccaccio dimostra di conoscere la vicenda dei Templari. Nel De casibus virorum illustrium ricorda la drammatica fine dell'Ordine e il supplizio dei suoi membri, compreso quello di Jacques de Molay, l'ultimo Gran Maestro, arso sul rogo a Parigi nel 1314. Secondo una testimonianza riferita nell'opera, il padre di Boccaccio avrebbe assistito all'esecuzione. Questo non dimostra naturalmente un'appartenenza templare di Boccaccio, ma attesta il suo interesse per una vicenda che aveva profondamente segnato la coscienza religiosa e politica del tempo. A tutto ciò si aggiunge un particolare della stessa Divina Commedia. Nel trentunesimo canto del Purgatorio, Beatrice rimprovera Dante e gli rivolge queste parole:

«Quando

per udir se' dolente, alza la barba».

Il passo è interessante, ma richiede prudenza. La maggior parte degli interpreti considera la parola «barba» un riferimento al mento o al volto, oppure un'allusione alla maturità dell'uomo, chiamato ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Non possiamo quindi utilizzarlo come prova che Dante portasse effettivamente la barba. Tuttavia, accostato alla testimonianza di Boccaccio, il particolare rimane suggestivo perché la barba aveva un significato particolare nella tradizione dei Templari. I cavalieri del Tempio erano generalmente rappresentati e descritti come uomini barbuti. Questo tratto si accordava con l'ideale di austerità e di rinuncia alle vanità mondane che caratterizzava la loro vita religiosa. La barba poteva dunque costituire un segno esteriore di una condizione spirituale: quella dell'uomo che non vive per l'apparenza, ma consacra la propria esistenza a un ideale superiore. Naturalmente, nel Medioevo la barba non era un elemento esclusivo dei Templari. Sarebbe quindi improprio considerarla una prova di appartenenza all'Ordine.

Preferisco interpretarla come una possibile consonanza simbolica, tanto più interessante se considerata insieme ad altri elementi. Fra questi viene talvolta ricordato anche il numero tredici, presentissimo nella Commedia, simbolicamente riconducibile a Cristo e ai dodici apostoli. Alcune interpretazioni esoteriche attribuiscono a questo numero un particolare significato nella tradizione templare. Occorre però precisare che non risulta documentata una regola generale secondo cui ogni gruppo templare dovesse essere composto necessariamente da tredici membri.

Non esistono dunque testimonianze biografiche dirette che colleghino Dante ai Cavalieri del Tempio?

Allo stato attuale delle conoscenze, non disponiamo di documenti che dimostrino un'appartenenza di Dante all'Ordine. Questo è un punto fondamentale, che deve essere dichiarato con chiarezza. Tuttavia, l'assenza di una documentazione diretta non impedisce di indagare le possibili affinità culturali e spirituali. La Divina Commedia è un'opera straordinariamente complessa, nella quale il significato letterale convive con quello allegorico, morale e anagogico. Dante stesso richiama più volte l'attenzione del lettore sulla necessità di andare oltre la superficie del racconto. Basti ricordare il celebre passo del nono canto dell'Inferno:

«O voi ch'avete li 'ntelletti sani,

mirate la dottrina che s'asconde

sotto 'l velame de li versi strani».

Non si tratta di un invito generico a cercare significati misteriosi, ma dell'indicazione che la poesia dantesca possiede una profondità dottrinale che richiede un lavoro interpretativo. La questione diventa allora comprendere se, all'interno di questa stratificazione di significati, possano emergere anche riferimenti a tradizioni spirituali riconducibili al mondo templare.

Dante condanna duramente Filippo il Bello e Clemente V, i due principali protagonisti della soppressione dell'Ordine. Non è questo un elemento importante?

Certamente. A mio giudizio, si tratta di uno degli elementi più significativi dell'intera questione. La vicenda della distruzione dell'Ordine del Tempio rappresenta una delle pagine più drammatiche della storia medievale. Il 13 ottobre 1307, per iniziativa di Filippo IV di Francia, detto Filippo il Bello, numerosi Templari furono arrestati nel regno di Francia.

Seguirono processi, interrogatori, confessioni spesso ottenute attraverso la tortura e una complessa controversia giuridica ed ecclesiastica. Papa Clemente V, eletto nel 1305, ebbe un ruolo determinante nella fase conclusiva della vicenda. Nel 1309 si stabilì ad Avignone la sede della corte pontificia, inaugurando il periodo comunemente definito Papato avignonese. Durante il Concilio di Vienne, Clemente V decise la soppressione dell'Ordine templare con la bolla Vox in excelso, emanata il 22 marzo 1312. Qui si presenta una distinzione storica fondamentale. L'Ordine non fu soppresso mediante una sentenza definitiva che ne accertasse giuridicamente l'eresia, ma attraverso un provvedimento pontificio di natura amministrativa. Questo non significa che ogni singolo Templare fosse stato dichiarato innocente, né che tutti i procedimenti individuali fossero stati annullati. Significa però che la soppressione dell'Ordine avvenne senza una condanna canonica definitiva dell'istituzione come eretica. È un particolare di enorme importanza per comprendere il clima politico e religioso del tempo.

Dante riserva a Clemente V parole durissime. Nel diciannovesimo canto dell'Inferno lo definisce: «un pastor sanza legge». La condanna si inserisce anzitutto nel discorso contro la simonia e la corruzione ecclesiastica. Sarebbe però eccessivo sostenere che Dante non riconoscesse Clemente V come papa legittimo. La sua è soprattutto una condanna morale, spirituale e politica del pontefice.

E per quanto riguarda Filippo il Bello?

Qui troviamo un riferimento ancora più esplicito. Nel ventesimo canto del Purgatorio Dante incontra Ugo Capeto, capostipite della dinastia capetingia, che pronuncia una durissima requisitoria contro la propria discendenza. La denuncia culmina nella figura di Filippo il Bello, chiamato da Dante «novo Pilato». Il poeta scrive:

«Veggio il novo Pilato sì crudele,

che ciò nol sazia, ma sanza decreto

portar nel Tempio le cupide vele».

Purgatorio, XX, 91-93.

Questi versi costituiscono, a mio giudizio, una delle testimonianze più importanti per comprendere l'atteggiamento di Dante nei confronti della persecuzione templare. Il riferimento al Tempio viene comunemente interpretato come un'allusione all'azione di Filippo il Bello contro l'Ordine dei Templari. Dante descrive il sovrano come un uomo dominato dalla cupidigia, disposto a travolgere i limiti della giustizia pur di perseguire i propri interessi. L'immagine delle «cupide vele» suggerisce un'azione di conquista e di rapina, mentre l'espressione «sanza decreto» richiama l'assenza di una legittima autorizzazione giuridica. Il contesto è particolarmente significativo.

Nei versi immediatamente precedenti, Dante ricorda l'oltraggio di Anagni del 1303, quando gli uomini legati al sovrano francese attentarono alla libertà e alla dignità di Bonifacio VIII. Dante era un avversario durissimo di Bonifacio VIII. Eppure, di fronte all'oltraggio subito dal pontefice, prende posizione contro Filippo il Bello. Perché, secondo la concezione dantesca, l'offesa rivolta al vicario di Cristo diventa simbolicamente un'offesa allo stesso Cristo. Il poeta non difende necessariamente la condotta personale di Bonifacio VIII: difende la dignità spirituale dell'istituzione pontificia contro l'arbitrio del potere politico.

Subito dopo, la condanna si estende all'azione contro il Tempio. L'espressione «novo Pilato» è particolarmente forte. Pilato è la figura evangelica del potere che, pur riconoscendo l'innocenza di Cristo, finisce per consegnarlo alla morte. Applicando questa immagine a Filippo il Bello, Dante conferisce alla sua condotta una gravità che supera la semplice denuncia politica.

Non possiamo tuttavia sostenere che questa analogia dimostri la piena innocenza storica di tutti i Templari, o che Dante conoscesse ogni aspetto dei procedimenti contro l'Ordine. Possiamo invece affermare che Dante presenta l'azione del sovrano francese come un atto di violenza e cupidigia contrario alla giustizia. È una presa di posizione di grande rilievo.

Qual è la traccia più importante di una possibile vicinanza tra Dante e il Templarismo?

Personalmente ritengo che uno degli elementi più suggestivi sia la presenza di san Bernardo di Chiaravalle negli ultimi canti del Paradiso. Per comprendere l'importanza di questa figura dobbiamo ricordare che Bernardo ebbe un ruolo fondamentale nel riconoscimento e nella legittimazione spirituale dell'Ordine del Tempio. Non fu propriamente il fondatore dell'Ordine, la cui origine viene tradizionalmente collegata a Ugo di Payns e ai suoi primi compagni, ma ne fu uno dei maggiori sostenitori. Nel 1129, al Concilio di Troyes, Bernardo contribuì in maniera decisiva al riconoscimento della nuova istituzione religiosa e militare.

Successivamente compose il trattato De laude novae militiae, nel quale difendeva e giustificava la figura del monaco-cavaliere. Si trattava di un'esperienza nuova, che univa la disciplina della vita religiosa all'esercizio delle armi. Bernardo contribuì così a dare un fondamento spirituale a una forma di cavalleria che intendeva porsi al servizio di un ideale religioso.

Ora, torniamo alla Divina Commedia. Nel trentunesimo canto del Paradiso quando Dante si trova ormai nell'Empireo e si avvicina alla contemplazione suprema, Beatrice lascia il ruolo di guida. Al suo posto compare san Bernardo. È una scelta di straordinaria importanza. Perché proprio Bernardo? Perché non è Beatrice ad accompagnare Dante fino alla visione finale? La spiegazione tradizionale è perfettamente coerente con la teologia medievale: Bernardo rappresenta la contemplazione mistica e la devozione mariana, due elementi fondamentali nell'ultima fase dell'ascesa spirituale.

Ma proprio questa spiegazione non esclude, a mio giudizio, la possibilità di individuare ulteriori corrispondenze simboliche. Bernardo non è soltanto un grande mistico cristiano. È anche uno dei maggiori riferimenti spirituali della storia templare. La sua presenza nell'ultimo momento del viaggio dantesco può quindi essere considerata, in una prospettiva esoterica, come un elemento di particolare interesse. Non è una prova di appartenenza templare, ma costituisce una convergenza degna di approfondimento.

Anche la preghiera alla Vergine pronunciata da san Bernardo potrebbe avere un significato particolare. Nel trentatreesimo canto del Paradiso, Bernardo pronuncia una delle più alte preghiere mariane della letteratura cristiana:

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d'etterno consiglio».

La preghiera apre a Dante la possibilità della visione finale. Ora, sappiamo che la devozione alla Vergine occupava un posto centrale nella spiritualità templare. Maria era oggetto di una venerazione particolare all'interno dell'Ordine, così come lo era nella spiritualità cistercense alla quale Bernardo apparteneva. Questa relazione è significativa. Il personaggio che conduce Dante all'ultima contemplazione è proprio il grande maestro della spiritualità cistercense che aveva sostenuto i Templari, e il suo intervento decisivo consiste in una preghiera rivolta alla Vergine. La domanda che pongo è questa: dobbiamo considerare tale convergenza soltanto un'espressione della comune tradizione cristiana, oppure può essere letta anche come un richiamo a una specifica eredità spirituale? È una questione interpretativa che merita di essere esplorata.

Anche il linguaggio utilizzato da Dante nella descrizione del Paradiso presenta elementi riconducibili al mondo templare. Vi è un passo che considero particolarmente suggestivo.

All'inizio del trentunesimo canto del Paradiso, Dante descrive l'assemblea dei beati con queste parole:

«In forma dunque di candida rosa

mi si mostrava la milizia santa

che nel suo sangue Cristo fece sposa».

L'espressione che mi interessa è «milizia santa». Dante sta contemplando la candida rosa dei beati, ossia la comunità gloriosa di coloro che hanno raggiunto la beatitudine eterna. Perché utilizza il termine «milizia»? Se leggiamo questo passo in relazione alla figura di Bernardo e al concetto di "nova militia" da lui elaborato, possiamo individuare una suggestiva consonanza simbolica. Nella tradizione templare, il cavaliere è chiamato a combattere non soltanto una battaglia esteriore, ma soprattutto una battaglia spirituale. Nella Divina Commedia, il viaggio di Dante è anch'esso una lotta per la liberazione dell'anima dalla schiavitù del peccato e dell'ignoranza. Questa analogia non dimostra una dipendenza dottrinale, ma apre una prospettiva interpretativa interessante.

Esiste anche una possibile affinità dottrinale tra il pensiero di Dante e gli ideali del Templarismo. E probabilmente il punto più complesso e, nello stesso tempo, quello che considero più importante. Per affrontarlo dobbiamo distinguere la dottrina storicamente documentata dell'Ordine del Tempio dalle successive interpretazioni esoteriche del Templarismo. Queste ultime attribuiscono talvolta alla tradizione templare una concezione dell'uomo e della società fondata sull'armonia tra dimensione materiale e dimensione spirituale. È su questo terreno che possiamo tentare un confronto con Dante. Nel suo trattato politico, 'De Monarchia', Dante sviluppa una concezione dell'esistenza umana fondata su due fini distinti: la felicità terrena e la beatitudine eterna. Nel terzo libro del trattato, Dante sostiene che all'uomo sono stati assegnati due fini. Il primo riguarda la felicità di questa vita, conseguibile attraverso l'esercizio delle virtù morali e intellettuali.

Il secondo riguarda la beatitudine della vita eterna, che consiste nella contemplazione di Dio e richiede l'intervento della grazia divina. Questa distinzione è fondamentale.

Per Dante, la vita terrena possiede una propria dignità e una propria finalità. L'uomo non è chiamato esclusivamente ad attendere la salvezza ultraterrena. Deve anche realizzare, nella misura consentita dalla sua natura, le possibilità morali e intellettuali della propria esistenza. Da questa concezione deriva una precisa teoria politica. L'autorità imperiale ha il compito di garantire le condizioni della pace, della giustizia e del buon ordinamento della società, necessarie alla realizzazione della felicità terrena. L'autorità pontificia deve invece guidare gli uomini verso la beatitudine eterna. I due poteri sono distinti nelle rispettive competenze e non devono confondersi. Questa dottrina costituisce uno degli aspetti più originali e importanti del pensiero politico dantesco.

Personalmente ritengo che possa essere messa a confronto con alcune interpretazioni spirituali del Templarismo, soprattutto là dove si insiste sulla necessità di non separare radicalmente la vita materiale dalla vita religiosa. Si tratta dunque di un'analogia interpretativa, non di una filiazione storica dimostrata. Dante rappresenta i due poteri universali, quello imperiale e quello pontificio, come due soli, ciascuno dotato di una propria funzione. L'Impero deve garantire la giustizia e la pace nel mondo terreno. Il Papato deve indicare la via della salvezza spirituale. La distinzione è necessaria perché il potere politico non deve appropriarsi della funzione religiosa e quello religioso non deve trasformarsi in un dominio temporale.

La concezione dantesca si oppone quindi alla confusione dei due poteri. Entrambi, secondo la visione cristiana del poeta, appartengono a un ordine provvidenziale. L'uomo deve poter realizzare la propria natura sia nella dimensione terrena sia in quella spirituale. Questa visione è particolarmente interessante se letta attraverso una prospettiva esoterica, perché propone un ideale di armonia tra le diverse dimensioni dell'esistenza umana. Vorrei tuttavia sottolineare un punto: la teoria dei due soli è documentata nell'opera di Dante, mentre la sua attribuzione a una specifica dottrina templare resta un'ipotesi che richiederebbe ulteriori prove.

L'Ordine del Tempio sviluppò un'organizzazione economica e amministrativa di notevole complessità. Grazie alla sua rete di case, proprietà e precettorie distribuite in numerosi territori europei e nel Mediterraneo orientale, l'Ordine era in grado di amministrare beni, custodire depositi e facilitare trasferimenti di denaro. Queste attività avevano una funzione importante, soprattutto per i pellegrini, i sovrani e le istituzioni che si affidavano ai Templari. In alcuni casi, l'organizzazione templare anticipò pratiche che sarebbero successivamente diventate caratteristiche dell'attività bancaria. Non dobbiamo però immaginare che si trattasse di un sistema bancario moderno.

Le attività finanziarie dell'Ordine si sviluppavano all'interno delle strutture economiche e giuridiche medievali, nelle quali il rapporto tra prestito, interesse e usura era oggetto di una complessa riflessione teologica e canonistica. L'Ordine non può essere presentato, sulla base delle fonti disponibili, come promotore di un progetto economico generale destinato a trasformare la società cristiana secondo un programma segreto. Rimane tuttavia interessante osservare come un'istituzione religiosa e militare potesse sviluppare una struttura economica così articolata. La dimensione materiale non era estranea alla vita dell'Ordine, ma rappresentava uno strumento necessario alla realizzazione dei suoi fini religiosi e militari. In questa integrazione tra organizzazione economica e finalità spirituale possiamo individuare una possibile analogia con il pensiero dantesco. Ritengo tuttavia che il tema meriti attenzione dal punto di vista della storia delle idee e delle tradizioni spirituali.

In conclusione, possiamo dunque considerare Dante un Templare?

Dipende dal significato che attribuiamo a questa espressione. Se intendiamo affermare che Dante appartenesse formalmente all'Ordine dei Cavalieri del Tempio, dobbiamo riconoscere che non esistono prove storiche sufficienti. Se invece utilizziamo il termine Templarismo per indicare un insieme di ideali spirituali, simbolici e dottrinali che possono essere posti in relazione con l'esperienza templare, allora il discorso diventa più articolato. Dante condanna con particolare durezza Filippo il Bello, il sovrano che promosse la persecuzione dell'Ordine. Riserva parole altrettanto severe a Clemente V, il pontefice che ne decretò la soppressione. Affida gli ultimi momenti del proprio itinerario mistico a san Bernardo di Chiaravalle, uno dei maggiori sostenitori spirituali dei Templari. Utilizza immagini e concetti, come quelli della milizia spirituale, che possono essere confrontati con alcuni aspetti della tradizione cavalleresca cristiana. Infine, nel De Monarchia, propone una concezione dell'uomo e della società nella quale la realizzazione terrena e quella spirituale sono distinte, ma entrambe necessarie al compimento del destino umano. Nessuno di questi elementi, considerato isolatamente, dimostra un'appartenenza templare. E neppure la loro somma può trasformarsi automaticamente in una prova documentaria.

Tuttavia, ritengo che queste corrispondenze possano costituire il punto di partenza per una ricerca più approfondita. Il problema fondamentale non è necessariamente stabilire se Dante abbia indossato il mantello dell'Ordine del Tempio. La questione più interessante è comprendere se nella sua opera sia possibile riconoscere, accanto alle grandi tradizioni teologiche e filosofiche del Medioevo, anche l'eco di particolari correnti spirituali legate alla cavalleria religiosa e alla mistica cristiana.

Forse, allora, la domanda più feconda non è se Dante sia stato un Templare, ma fino a che punto la sua dottrina spirituale possa essere messa in relazione con gli ideali che animarono il mondo templare. Ed è proprio su questo terreno che, a mio giudizio, la ricerca deve continuare.